La stretta di Abu Mazen sui social network: carcere per chi minaccia “l’unità nazionale”

AP

Una protesta antigovernativa


Pubblicato il 11/08/2017
Ultima modifica il 11/08/2017 alle ore 10:39
inviato a beirut

Il presidente palestinese Abu Mazen ha lanciato un’offensiva senza precedenti contro i social network e ogni forma di dissenso espresso sul Web. Il decreto presidenziale prevede il carcere per chiunque minacci “l’unità nazionale” o “l’equilibrio sociale”. Parole vaghe che secondo i difensori dei diritti umani permettono di reprimere chiunque critichi l’operato dell’Autorità nazionale palestinese e costituiscono “la più significativa” restrizione della libertà di parola sotto il governo dell’erede di Arafat. 

 

Trenta siti chiusi in un mese  

L’autorità giudiziaria palestinese però nega che il decreto rappresenti un minaccia alle libertà e insiste che era necessario per colmare lacune legislative che permettevano ai “criminali elettronici”, come gli hacker, di farla franca. Ma per il Palestinian Center for Development and Media Freedoms il decreto ha già permesso al governo di chiudere trenta siti Internet, la maggior parte sostenitori del grande rivale del partito di Abu Mazen, Al-Fatah, cioè Hamas. Alcuni invece sostenevano l’Isis. 

 

Arresti di giornalisti  

Cinque giornalisti che lavoravano per siti legati ad Hamas sono stati arrestati la scorsa settimana. Altri quattro sono stati interrogati per aver postato sul Facebook commenti critici nei confronti del governo. Uno di loro, Fai Arouri, collaboratore dell’agenzia cinese Xinhua, è stato accusato di aver scritto post che “portano al disordine nella società”. 

 

Il “più grosso passo indietro” dal 1994  

Ammar Dweik, capo della Commissione palestinese per in diritti umani, ha definito il decreto “uno dei peggiori” da quanto è stata istituita l’Autorità nazionale palestinese, nel 1994: “E’ un grosso passo indietro per le libertà in Cisgiordania”, ha precisato, perché permette la chiusura su larga scala di siti Internet e prevede pene severissime: da un anno di prigione fino all’ergastolo per chi “minaccia la sicurezza dello Stato” o “la pace sociale”. 

 

In crisi di consensi  

Abu Mazen, 82 anni, è stato eletto nel 2005 per un mandato di quattro anni e da otto anni sta estendendo il suo mandato senza nuove elezioni. L’Autorità nazionale palestinese ha subito un grave spaccatura nel 2007, quando Hamas, dopo aver vinto le legislative nel 2006, ha preso il controllo della Striscia di Gaza con la forza. Oggi, secondo gli ultimi sondaggi indipendenti, i due terzi dei palestinesi vorrebbero che si dimettesse. 

 

La difesa dei giudici  

Il governo palestinese non ha voluto commentare le critiche al decreto. Ibrahim Homodeh, un giudice della procura generale, ha negato che la legge contenga elementi “per la restrizione della libertà di parola” e sottolineato che lo scopo è quello di criminalizzare “distorsioni, calunnie, diffamazioni: chiunque può criticare il presidente, ma non accusarlo di tradimento o ridicolizzarlo”. 

 

Arrestato per due post su Facebook  

Ma in realtà la repressione è andata oltre. Come nel caso di Emad al-Masri, manager del ministero della Salute, arrestato a luglio dopo aver pubblicato due post su Facebook e condannato in primo grado a due anni di carcere. La pena è stata poi ridotta a tre mesi, sostituibili con una multa di 130 dollari. Al-Masri aveva criticato le misure nei confronti del governo di Hamas a Gaza, che hanno aggravato la situazione economica e umanitaria nella Striscia. 

 

I timori del raiss  

Abu Mazen è sotto pressione in Cisgiordania e preoccupato per le manovre di Egitto e Israele nella Striscia, dove si sta profilando il ritorno di Mohammed Dahlan, il grande rivale del presidente all’interno di Al-Fatah. Dahlan potrebbe diventare un serio contendente alla presidenza e mettere fine al lungo regno dell’erede di Arafat. 

 

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